Nel 2025 le società quotate erano appena il 2% dei circa 12mila produttori di petrolio e gas negli Stati Uniti, ma realizzavano il 68% della produzione nei 48 Stati contigui. Il dato dell’Energy Information Administration (EIA), basato su informazioni Enverus e pubblicato il 22 settembre 2026, descrive una forte concentrazione dei volumi. Non afferma che il 2% delle aziende possieda il 68% delle riserve né che controlli il 68% del mercato mondiale.
Perché pochi gruppi producono tanto
Secondo l’EIA, le grandi imprese quotate beneficiano di scala, accesso ad aree produttive di qualità e tecnologie avanzate. I costi di pareggio dichiarati sono in generale inferiori rispetto a quelli degli operatori privati. Si tratta di una descrizione media, non della prova che ogni società in Borsa sia più efficiente di ogni operatore non quotato.
L’agenzia segnala che il 64% degli operatori possiede dieci pozzi o meno. All’estremo opposto, dodici imprese con il maggior numero di pozzi ne gestiscono ciascuna da 10mila a oltre 50mila. La distribuzione è quindi molto sbilanciata e il semplice numero di società non racconta la struttura industriale del settore.
La geografia cambia il quadro
Nelle aree degli Appalachi e del Permian Basin, il peso produttivo delle società quotate è particolarmente alto rispetto al loro numero. Haynesville fa eccezione: qui le imprese private realizzano il 55% della produzione locale di petrolio e gas. La concentrazione nazionale non si presenta dunque allo stesso modo in ogni bacino.
Per chi investe, il dato aiuta a capire chi è esposto alla produzione statunitense, ma non stabilisce quali azioni siano convenienti. Profitti e valutazioni dipendono anche dal prezzo delle materie prime, dai debiti, dai costi e dalla disciplina degli investimenti. I dati si riferiscono al 2025 e ai Lower 48; non sono una fotografia in tempo reale né una previsione del prezzo del petrolio.
