I salari contrattuali aumentano, ma continuano a perdere il confronto con l’inflazione. A settembre 2026 l’indice delle retribuzioni contrattuali orarie cresce del 2,5% rispetto a un anno prima e resta invariato sul mese precedente. Lo rileva l’Istat nel comunicato del 30 ottobre dedicato al periodo luglio-settembre.
Il dato ha un risvolto concreto per le famiglie: per il secondo trimestre consecutivo, osserva l’Istituto, la crescita tendenziale delle retribuzioni contrattuali è inferiore a quella dei prezzi. Alla fine di settembre, inoltre, circa 2,5 milioni di dipendenti hanno un contratto in attesa di rinnovo.
Gli aumenti cambiano fra settore privato e pubblico
L’aumento annuo di settembre è del 2,3% nel settore privato e del 3,2% nella pubblica amministrazione. Nel privato si distinguono agricoltura, con un incremento del 3,3%, industria, al 2,6%, e servizi, al 2,1%. Nella media dei primi nove mesi del 2026 la crescita della retribuzione oraria contrattuale è del 2,5% rispetto allo stesso periodo del 2025.
Tra i settori con gli incrementi tendenziali più elevati figurano scuola, al 5,5%, telecomunicazioni, al 5,1%, e igiene ambientale, al 5%. L’incremento risulta nullo, fra gli altri comparti indicati dall’Istat, per farmacie private, funzioni centrali, forze dell’ordine, forze armate e vigili del fuoco.
La media nazionale non descrive quindi un aumento identico per tutti. L’indice riguarda le retribuzioni contrattuali orarie: il confronto con la singola busta paga richiede di considerare contratto applicato, livello e altre componenti della remunerazione.
Restano 19 contratti in attesa di rinnovo
A fine settembre i contratti collettivi nazionali in vigore per la parte economica sono 56 e coprono l’80,8% dei dipendenti, circa 10,6 milioni di persone. La copertura sale all’89,1% nel privato ed è del 50,7% nella pubblica amministrazione.
I 19 contratti in attesa coinvolgono circa 1,1 milioni di lavoratori privati e 1,4 milioni di dipendenti pubblici. Nel terzo trimestre sono stati recepiti sette contratti, tutti relativi alla PA. Per i dipendenti con contratto scaduto il tempo medio di attesa è di 20,8 mesi, contro i 27,9 di settembre 2025.
Il recupero nominale non coincide con quello reale
L’Istat segnala che nel settore privato la dinamica retributiva resta meno sostenuta dell’inflazione già da aprile 2026. A settembre il divario rispetto all’indice armonizzato dei prezzi è di circa due punti percentuali.
È il motivo per cui un aumento nominale può convivere con una riduzione della capacità di acquisto. Il rapporto fra le due misure è approfondito nella guida sul salario reale e sul confronto fra aumenti e prezzi. Per leggere correttamente i nuovi dati occorre mantenere allineati periodo e indicatore, evitando di confrontare automaticamente una retribuzione di settembre con un’inflazione riferita a un altro mese.
Il punto da seguire nei prossimi rinnovi
I nuovi contratti possono modificare sia la quota di dipendenti coperti sia la dinamica dell’indice salariale. Il quadro di settembre mostra progressi nei rinnovi pubblici e un rallentamento dell’attesa media, insieme a una crescita contrattuale ancora inferiore a quella dei prezzi. Sono questi i due piani da seguire: tempi degli accordi e capacità degli aumenti di recuperare potere d’acquisto.
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