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Effetto Veblen: perché un prezzo alto può aumentare il desiderio

Di Andrea Dicanto24 Settembre 2026
Effetto Veblen: perché un prezzo alto può aumentare il desiderio

L’effetto Veblen descrive una situazione in cui un prezzo più alto può rendere un bene più desiderabile per alcuni consumatori, perché segnala prestigio o ricchezza. È un’idea affascinante, spesso usata per spiegare il lusso, ma facile da deformare: non significa che alzare il prezzo faccia sempre vendere di più, né che una borsa costosa sia un buon investimento.

Questa guida separa la teoria economica dai dati che servirebbero a dimostrarla, spiega perché il meccanismo può riguardare beni visibili e riconoscibili e mostra cosa cambia per chi analizza una società quotata. Per il quadro dei mercati e dei bilanci rimandiamo alla guida di BorsaMagazine su ricavi, margini e utile netto.

Da dove viene il nome: Veblen e il consumo ostentativo

L’economista Thorstein Veblen pubblicò nel 1899 The Theory of the Leisure Class. Nel capitolo sul conspicuous consumption — consumo ostentativo — descrisse l’uso di spese visibili come dimostrazione di posizione sociale. Il testo originale è una riflessione sulla società del suo tempo, non una prova statistica che ogni prodotto caro abbia una domanda crescente al crescere del prezzo.

Nel linguaggio economico successivo, «effetto Veblen» indica il caso più specifico in cui il prezzo, oltre a essere un costo, entra nel valore percepito del bene come segnale di status. Il modello di Laurie Simon Bagwell e B. Douglas Bernheim, pubblicato sull’American Economic Review nel 1996, studia le condizioni in cui il consumo vistoso può servire a segnalare ricchezza. La versione originale del paper chiarisce che il desiderio di status, da solo, non genera necessariamente l’effetto: contano le preferenze e le condizioni del modello. Non certifica che il meccanismo sia presente in ogni negozio o anno.

Come può funzionare: il prezzo come segnale

Immagina due oggetti che svolgono la stessa funzione pratica. Se uno è noto come raro e costoso, comprarlo può comunicare qualcosa sul compratore a chi riconosce quel segnale. In tale contesto una riduzione del prezzo potrebbe perfino indebolire l’esclusività percepita, mentre un aumento potrebbe renderlo più attraente a una parte del pubblico. È una possibilità condizionata, non la regola generale della domanda.

Il meccanismo richiede almeno che il bene o il marchio siano riconoscibili dal gruppo sociale rilevante, che il prezzo elevato sia credibile e che vi siano consumatori interessati a esibire o comunicare status. Se il pubblico non riconosce il prodotto, se l’offerta diventa troppo comune o se il costo supera il valore attribuito al segnale, l’aumento del prezzo può semplicemente ridurre le vendite.

Le motivazioni dei clienti non sono uguali. Una persona può pagare per materiali e lavorazione, un’altra per design o servizio, un’altra ancora per appartenenza sociale. Uno studio pubblicato sul Journal of Marketing nel 2010 analizza proprio la diversa visibilità dei marchi come possibile segnale di status. Il fatto che un bene sia di lusso non consente quindi di attribuire a tutti i suoi acquirenti la stessa motivazione.

Prezzo alto e domanda: che cosa sarebbe una prova?

Per parlare di effetto Veblen in senso rigoroso bisognerebbe osservare che, a parità delle altre condizioni rilevanti, un prezzo più alto aumenta l’interesse o la quantità domandata da un gruppo di consumatori perché rafforza il segnale di status. Nella vita reale «a parità di condizioni» è difficile: insieme al prezzo possono cambiare qualità, distribuzione, pubblicità, disponibilità, moda e reddito del pubblico.

Una fila davanti a una boutique non dimostra da sola l’effetto. Potrebbero pesare un lancio limitato, un modello nuovo, disponibilità temporaneamente scarsa o l’attesa di ulteriori rialzi. Allo stesso modo, il fatturato che cresce dopo un aumento dei listini non dice se siano aumentati i pezzi venduti: il ricavo è prezzo moltiplicato per quantità.

L’abstract originale di una ricerca sperimentale del 2021 su diverse categorie del lusso riferisce evidenza di effetti Veblen in otto esperimenti, ma segnala che le motivazioni variano tra tipologie di prodotti. Gli esperimenti aiutano a testare il meccanismo; non autorizzano a prevedere automaticamente le vendite reali di una specifica maison. Bisogna inoltre distinguere desiderio dichiarato, disponibilità a pagare e acquisti effettivi: non sono la stessa misura. Prima di usare una ricerca per spiegare un bilancio, chiedi quale risultato abbia osservato e in quale contesto.

Veblen, Giffen, qualità e scarsità: le differenze

Situazioni apparentemente simili hanno spiegazioni diverse. Un prodotto più caro può essere scelto per caratteristiche migliori, per un’offerta limitata o per un segnale sociale. Confondere questi casi porta a conclusioni sbagliate sulle decisioni di prezzo di un’azienda.

Meccanismi diversi dietro una relazione fra prezzo e domanda
FenomenoPerché il prezzo può contareChe cosa non prova da solo
Effetto VeblenIl prezzo alto può essere parte del segnale di statusChe ogni rincaro faccia salire la domanda
Bene di GiffenIn condizioni di sussistenza l’effetto reddito può prevalere sulla sostituzioneChe il bene sia prestigioso o di lusso
Qualità percepitaIl consumatore usa il prezzo come indizio di qualitàChe la qualità sia davvero superiore o che agisca lo status
ScarsitàUn’offerta limitata può sostenere prezzo e interesseChe sia il prezzo, da solo, a causare la domanda

Scorri orizzontalmente per leggere tutta la tabella.

I beni di Giffen sono un caso diverso, legato a beni essenziali e a vincoli di bilancio. Uno studio empirico di Jensen e Miller ha rilevato un simile comportamento per un alimento di base in specifiche famiglie povere in Cina. Usare «Giffen» come sinonimo di «Veblen» perché in entrambi i casi può comparire una relazione positiva fra prezzo e domanda cancella il meccanismo economico decisivo.

Perché un prezzo più alto non garantisce profitti

Consideriamo un esempio puramente ipotetico, senza riferimenti a marchi reali. Un’impresa vende 100 pezzi a 1.000 euro: ricavi 100.000 euro. Porta il prezzo a 1.200 euro e ne vende 90: ricavi 108.000 euro. La quantità è scesa del 10% e i ricavi sono saliti dell’8%. Questo può accadere anche senza effetto Veblen: non sappiamo se il prezzo abbia aumentato il desiderio di alcuni clienti, soltanto che la minore quantità non ha annullato il rincaro.

Se invece i pezzi scendessero a 80, i ricavi sarebbero 96.000 euro, il 4% in meno rispetto ai 100.000 iniziali. L’aumento del prezzo non basta quindi a stabilire neppure la direzione del fatturato. Inoltre i ricavi non sono l’utile: serve un conto dei costi riferito allo stesso periodo e allo stesso perimetro.

Estendiamo il caso in modo didattico. Assumiamo inizialmente un costo variabile di 400 euro per pezzo e costi fissi di 40.000 euro. Confrontiamo due situazioni successive con prezzo di 1.200 euro e 90 pezzi: nella prima i costi unitari e fissi restano uguali; nella seconda entrambi aumentano per ipotesi. Non stiamo dicendo che il rincaro del listino causi l’aumento dei costi.

Gli stessi ricavi possono accompagnarsi a risultati economici diversi
Voce nel periodoSituazione inizialeDopo il rincaro, costi invariatiDopo il rincaro, costi maggiori
Prezzo per pezzo1.000 euro1.200 euro1.200 euro
Pezzi venduti1009090
Ricavi100.000 euro108.000 euro108.000 euro
Costo variabile unitario400 euro400 euro600 euro
Costi variabili totali40.000 euro36.000 euro54.000 euro
Costi fissi40.000 euro40.000 euro50.000 euro
Ricavi meno i costi considerati20.000 euro32.000 euro4.000 euro

L’ultima riga è un risultato semplificato: ricavi meno costi variabili e fissi qui ipotizzati. Non ricostruisce il bilancio di un’impresa, non include altre voci o imposte e non misura direttamente la cassa. Nell’ultimo scenario i ricavi aumentano dell’8%, ma il risultato scende da 20.000 a 4.000 euro, cioè dell’80%. Il confronto non prova né esclude l’effetto Veblen: mostra perché una spiegazione sulla desiderabilità non sostituisce l’analisi dei costi.

Prezzo medio e mix: un aumento senza rincari di listino

Un altro errore è interpretare la crescita del ricavo medio per pezzo come prova che l’impresa abbia aumentato i listini. Consideriamo due modelli immaginari: A costa sempre 1.000 euro e B sempre 2.000 euro. Le quantità totali restano 100, ma cambia la composizione delle vendite.

Più vendite del modello caro, senza modificare alcun prezzo
VocePrimo periodoSecondo periodo
Modello A a 1.000 euro80 pezzi: 80.000 euro50 pezzi: 50.000 euro
Modello B a 2.000 euro20 pezzi: 40.000 euro50 pezzi: 100.000 euro
Quantità complessiva100 pezzi100 pezzi
Ricavi complessivi120.000 euro150.000 euro
Ricavo medio per pezzo1.200 euro1.500 euro

Il ricavo medio aumenta del 25%: 1.500 ÷ 1.200 − 1. La variazione dipende interamente dal mix, perché nessuno dei due prezzi è cambiato. Non sappiamo perché i clienti abbiano scelto più spesso B; l’esempio non attribuisce la scelta allo status, alla qualità o a un effetto Veblen. Nei dati reali occorre distinguere listini, sconti, composizione dei prodotti, canali e valute prima di ricavare una spiegazione causale dal prezzo medio.

Nel mercato secondario il ragionamento cambia ancora: il prezzo di listino di oggi non è una garanzia sul prezzo a cui potrai rivendere un oggetto domani. Commissioni, stato, autenticità e domanda effettiva incidono sull’incasso netto. La guida ai beni di lusso come investimento affronta questi rischi separatamente.

Che cosa deve guardare un investitore nelle società del lusso

Per chi studia un’impresa quotata, il punto non è etichettare un’intera casa di moda come «bene Veblen». È capire se il marchio riesce a mantenere desiderabilità e ricavi senza compromettere volumi, clientela futura e margini. I bilanci non hanno una voce chiamata «effetto Veblen»; forniscono indicatori indiretti da interpretare con prudenza.

  1. Crescita organica e a cambi costanti: aiuta a separare l’attività esistente da acquisizioni e valute. Leggi la definizione specifica usata dalla società.
  2. Prezzi, volumi e mix: quando il gruppo li comunica, distinguono il contributo dei listini da quello dei pezzi e dei prodotti più costosi.
  3. Margine lordo e operativo: mostrano se i ricavi coprono costi di produzione e struttura; vanno comparati su basi contabili coerenti.
  4. Scorte e distribuzione: un accumulo di invenduto o un ricorso crescente agli sconti può indebolire l’esclusività percepita.
  5. Cassa e capitale investito: negozi, acquisizioni e marketing richiedono risorse anche quando il prezzo unitario sale.

Questo elenco è una griglia di analisi, non un segnale di acquisto. Un titolo può scendere anche se la società conserva un forte posizionamento: le aspettative incorporate nel prezzo di Borsa contano quanto i risultati osservati. Per distinguere ricavi, profitti e flussi monetari, torna alla nostra guida al conto economico.

I limiti dell’effetto Veblen nel lusso contemporaneo

L’effetto è più plausibile quando la funzione di segnale è importante per il pubblico osservato. Ma la visibilità può essere ricercata in modi diversi: un logo grande non è desiderabile per ogni cliente, e un oggetto discreto può essere riconosciuto solo da una cerchia ristretta. La ricerca sulla visibilità del marchio mette in guardia dalle generalizzazioni sulle motivazioni di acquisto.

Un aumento dei prezzi può ridurre la base dei clienti aspirazionali, spostare la domanda verso l’usato o aumentare l’attenzione ai concorrenti. Una produzione troppo ampia può indebolire l’esclusività; una produzione troppo limitata può rinunciare a vendite profittevoli. Qualità, servizio e fiducia nel marchio restano necessari: il prezzo da solo non crea prestigio dal nulla.

Infine l’effetto riguarda il comportamento di un gruppo in un contesto preciso. Non descrive ogni consumatore di lusso, ogni categoria merceologica o tutti i periodi economici. Quando un articolo sostiene che un prodotto «si vende di più perché costa di più», la domanda corretta è: quali dati isolano davvero il prezzo da qualità, scarsità e cambiamenti del pubblico?

Domande frequenti sull’effetto Veblen

Che cosa sono i beni di Veblen?

È il nome dato ai beni per i quali, in determinate condizioni, il prezzo elevato contribuisce al valore di status e può accrescere la domanda di alcuni consumatori. È una categoria analitica, non un elenco ufficiale di marchi.

L’effetto Veblen contraddice sempre la legge della domanda?

È un caso particolare nel quale il prezzo modifica anche il valore percepito del bene. Non implica che la domanda complessiva cresca indefinitamente con ogni rincaro: il contesto e gli altri fattori contano.

Un orologio o una borsa costosi sono automaticamente beni di Veblen?

No. Potrebbero essere acquistati per qualità, design, rarità o preferenze personali. Servono evidenze sul ruolo specifico del prezzo come segnale sociale.

Se un bene è di Veblen, il suo valore di rivendita salirà?

No. Il prezzo del nuovo e quello dell’usato rispondono a mercati, costi e condizioni differenti. L’effetto non è una previsione di rendimento.

I ricavi che salgono dopo un rincaro provano l’effetto Veblen?

No. Nel primo caso ipotetico i ricavi crescono dell’8% mentre i pezzi scendono del 10%. Il dato contabile non isola il ruolo del prezzo come segnale di status.

Un ricavo medio per pezzo più alto significa listini aumentati?

Non necessariamente. Nel caso sul mix il ricavo medio passa da 1.200 a 1.500 euro, ma i prezzi dei due modelli restano identici: cambia soltanto la composizione delle vendite.

Il consumo ostentativo richiede sempre un logo molto grande?

No. Lo studio sulla brand prominence distingue anche beni discreti riconoscibili da una cerchia specifica. La visibilità rilevante dipende dal pubblico e non permette di diagnosticare le motivazioni di un singolo compratore.

Che differenza c’è con un bene di Giffen?

Il meccanismo di Giffen riguarda vincoli di bilancio e consumi di sussistenza, non il prestigio del prezzo alto. Una relazione positiva fra prezzo e quantità può avere spiegazioni differenti.

Fonti e nota metodologica

Fonti originali verificate il 25 ottobre 2026. Il testo di Veblen e il modello di Bagwell e Bernheim sono distinti dagli studi empirici. Per le ricerche di Han, Nunes e Drèze, Fassnacht e Dahm, Jensen e Miller si utilizzano gli abstract pubblici degli editori, senza attribuire statistiche o dettagli del testo integrale non esaminati. Gli esempi economici sono costruzioni didattiche originali, non dati di marchi reali o previsioni: le ipotesi di costi, volumi e mix restano separate.

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Disclaimer: Il presente articolo è fornito a titolo informativo e didattico, e non costituisce sollecitazione all’investimento né consulenza finanziaria personalizzata. Ogni decisione di investimento resta sotto la responsabilità del lettore, previa valutazione della propria situazione finanziaria e della propria tolleranza al rischio.